Non corriamo per le medaglie o per i premi,
né per la gloria, gli applausi o i baci delle miss.
Questi sono effetti collaterali, non la forza motrice.
Corriamo per soddisfare un misterioso istinto,
quello di confrontarci col Caos al limite delle nostre possibilità,
di avventurarci nell’ignoto a scofiggere draghi dentro e fuori di noi.
E’ un istinto elementare iscritto nel sistema operativo umano.
Senza questo confronto siamo irrequieti, incompleti, non pienamente vivi.
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Ogni corsa è una rinnovata opportunità per esprimere coraggio, fantasia, follia, gioia.
Ogni corsa un confronto col dubbio, i limiti, la debolezza, l’oscuro.
Quasi sempre la corsa ci spezza, frantumandoci in mille pezzi.
Ci sbatte in faccia che non siamo forti come pensavamo di essere,
con una nettezza e insindacabilità sconosciuta nella vita quotidiana.
Brucia, ma è anche una liberazione.
Possiamo abbandonarci a una condizione primordiale di vulnerabilità, di verità, di presenza nel momento e di crudo confronto diretto.
Un condizione di conflitto aperto e universale, trasversale a culture e epoche storiche.
Un’esperienza di sofferenza, di fratellanza e di essere completamente vivi alla radice della condizione umana.
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Qualche rara volta, nel caos della corsa, succede l’imponderabile.
La fatica evapora, la mente si cheta e veniamo accarezzati da la volupte.
Ci muoviamo in modo istintivo, fulmineo e senza sforzo su traiettorie perfette,
come su binari.
E’ un momento liminale e senza tempo nel quale ci sentiamo invincibili,
una magia che quando provata non si scorda più.
Diventa desiderio profondo che si brucia a fuoco sull’anima,
un abbraccio elusivo e fugace che cercheremo sempre in ogni corsa successiva.